La nostra regina, timida e selvaggia
Settimanale gli Altri 11 novembre 2011
Il 24 novembre del 1991 fu per la comunità gay mondiale un vero e proprio choc: era morto Freddie Mercury. Nonostante solamente il giorno prima Mercury avesse rivelato al mondo di essere malato di Aids, nella comunità gay questa realtà era risaputa, anche se non si pensava che l’evento, allora la condanna a morte era inevitabile, sarebbe accaduto così presto. Non lo pensava nemmeno la più ristretta cerchia dei suoi collaboratori, la sua band che era in pratica la sua famiglia, i suoi amici più cari tra cui Dave Clark, il suo compagno Jim Hutton. Allo stesso tempo Mercury che amava la vita fino allo stremo delle forze, che si faceva arrivare i pochi e inefficaci medicinali dall’America via Concorde, da tempo si era lasciato “andare”, imbottendosi solo di anti dolorifici, circondandosi degli affetti più cari. Per la nostra comunità Freddie rimarrà per sempre il simbolo di una stagione esaltante e drammatica della propria storia: la proposizione di modelli culturali forti e destrutturanti delle sessualità, della sfacciata e allo stesso tempo non proclamata proposizione del queer, delle abbondanze edonistiche e impetuosi travestitismi apparentemente edonistici. Gli anni ’80 sono dei Queen, dei loro mega concerti che attirano masse adoranti di un pubblico giovanile variegato che è frutto del famoso riflusso, che negli States e poi per tutto l’Occidente si ritrova nel film manifesto “La febbre del sabato sera”. L’icona dello spettacolo e della cultura giovanile di allora è però lui, Freddie Mercury, la sua musica vibra dentro i corpi trascinandoli in raduni oceanici allestiti con modelli tipici del “reginismo” popolare: palchi enormi, illuminazioni possenti, mantelli, corone, troni, trasformismo teatrale della migliore scuola latina, insomma un mix irresistibile. Per i critici musicali del tempo, la produzione dei Queen non era colta, era persino fastidiosa per questo suo insistere sul lirismo sfacciato. Tutti questi signori sono passati, Mercury è ancora tra noi, con le sue canzoni che non passano, perché oltre la patina dei costumi (ma anche legate inscindibilmente a loro) i suoi testi sono moderni, ancora attuali, per una ragione semplice: quella destrutturazione è dentro tutte e tutti noi, nonostante la nostra incapacità di attuarla, di renderla finalmente un elemento concreto del mutamento sociale. Così Roger Taylor lo ricorda: “Ma dietro l’esuberante ed altero showman che sul palco riusciva ad ammaliare il pubblico con i suoi gesti e le sue pose, dietro il selvaggio ed edonista viveur, si celava un uomo gentile e generoso, e più sorprendentemente privato, timido”. Nella vita reale nessuno conosceva Freddie. Era timido, nobile e gentile. Mercury era entrambe le cose, ne era cosciente e per questo il suo “The Show Must Go On”, più che un messaggio ai posteri, una malinconica e dura presa di coscienza, era una presa d’atto, anche irridente, della sua e altrui condizione. Per noi giovani degli anni ’80, ma ascolto e vedo che anche per molti giovani dell’oggi, lui permane un punto di riferimento perché sapeva “rappresentare” un’intera generazione, con grandi capacità di discernimento rispetto alle illusioni degli anni ’60 e ’70 e, quindi, fregata e costretta ad esprimersi in termini di produzione culturale ed espressione politica, con strumenti che furono bollati come frivoli e inconcludenti. Mercury è stato, nonostante lui non fosse la bandiera degli omosessuali (non ne aveva alcun bisogno) la nostra voce, la trasfigurazione delle nostre incertezze e delle consapevoli inquietudini di allora, condivise con tutta la nostra generazione. Dopo di lui ci sono stati tentativi goffi d’imitazione, persino la sua band ha tentato di portare ancora avanti le sue “memorie”. Ma i Queen, band composta di eccellenti musicisti e autori, senza la regina erano una corte in cui era assente la regnante. Come tutte e tutti noi, per Mercury lo scorrere del tempo era l’unica battaglia impossibile da vincere, ripeteva spesso “non credo di riuscire ad invecchiare”, e la sua malattia ha naturalmente reso questa profezia una realtà. Dopo vent’anni dalla sua prematura morte, questa frase però ha anche il sapore della rivincita, perché lui non è invecchiato e riascoltandolo, non spesso per non incorrere in torturanti nodi alla gola, ci si rende conto che la sua opera, liquidata da troppi intellettuali come paccottiglia pop di scarsa qualità, è storia, mentre i loro nomi non hanno lasciato traccia. C’è qualcuno che oggi dopo due decenni può raccogliere la sua eredità, farci sentire, tra i non invecchiati, insieme a chi ancora non si deve porre il problema? Con tutto il rispetto reverenziale che si deve alla Regina, sì oggi qualcuno con modalità differenti, percorsi musicali articolati e forse ancora non all’altezza, c’è, è Lady Gaga, che oltre a stupire per i suoi trionfanti look, ci ha ricordato Mercury, cantando con Patty Labelle “Over the Rainbow” a giugno di quest’anno, lui in mezzo alle due ci sarebbe dovuto essere.



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