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“Care coppie calabresi non lasciate la vostra terra”

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Calabria Ora: Mancuso (Equality Italia) “Qui c’è ancora chiusura”

Curiosando nel suo sito web scopri che ha dichiarato la propria omosessualità attraverso le colonne di un quotidiano. I diritti civili, per lui, hanno la priorità. Su tutto. E non è certo un caso che Aurelio Mancuso sia fondatore e presidente di Equality Italia, la rete trasversale che ruota attorno a quelle tematiche a lui tanto care. Così come non lo è che sia stato al vertice, per diversi anni, dell’Arcigay nazionale. E’ un giornalista e un politico. Come se non bastasse, poi, è anche un attivista: il “paladino”, se vogliamo, di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. La persona ideale, insomma, alla quale porre una serie di domande sull’omosessualità nel ventunesimo secolo. (altro…)

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«Legge sulle coppie gay» Diventa un caso l’apertura di Bersani

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«Basta con il far west, serve una legge per le unioni civili»: Pier Luigi Bersani invia il suo messaggio al Gay Pride nazionale di Bologna, scegliendo di rompere gli indugi e di usare quelle parole chiare che finora non aveva mai pronunciato.

L’altro giorno la mossa a sorpresa sulle primarie, ora questa uscita sugli omosessuali: il segretario sembra aver innestato la quarta. Ed effettivamente è così. Con i compagni di partito il leader non ha nascosto la propria insofferenza nei confronti di come viene dipinto il Pd: «Fanno la nostra caricatura, descrivendoci come un partito fermo, immobile. Adesso basta, è il tempo di muoverci e di prendere delle iniziative». Detto, fatto. Bersani ha parlato con due importanti esponenti Pd del mondo gay, Aurelio Mancuso, presidente di Equality, e Andrea Benedino, e dopo essersi consultato con loro ha mandato quel messaggio: «Non è accettabile che in Italia non si sia ancora introdotta una legge che faccia uscire dal far west le convivenze stabili tra omosessuali, conferendo loro dignità sociale e presidio giuridico». (altro…)

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Equality Italia: Ciao Miriam

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Equality Italia si unisce al cordoglio per la scomparsa della grande giornalista e scrittrice Miriam Mafai, che fin dalla fondazione ha voluto far parte del nostro Comitato d’Onore. L’Italia perde una delle figure importanti della storia della Repubblica, profonda conoscitrice della società e delle istituzioni, da sempre in prima fila a sostegno delle libertà, del protagonismo delle donne, dei diritti umani e civili.

Aurelio Mancuso presidente Equality Italia

 

MUORE MIRIAM MAFAI, PIU’ DI 50 ANNI AL SERVIZIO DELLA CULTURA

E’ morta oggi Miriam Mafai: 50 anni spesi al servizio della cultura. Nata a Firenze nel 1926 da una coppia di noti artisti italiani del XX secolo, Mario Mafai e Antonietta Raphael, Miriam ha partecipato alla resistenza antifascista a Roma nelle file del Pci. Dopo la Liberazione ha continuato la sua attivita’ politica e dal ’51 al ’56 e’ stata assessore al Comune di Pescara. Nel ’57 e’ stata a Parigi come corrispondente del settimanale ‘Vie Nuove’, nel 1960 a ‘l’Unita” come redattore parlamentare. Direttore di ‘Noi Donne’ dal 1965 al 1970, e’ passata poi come inviato speciale a ‘Paese Sera’. Ha contribuito alla nascita de la Repubblica nel ’76 divenendone inviato speciale ed editorialista. Dal 1983 al 1986 e’ stata presidente della Federazione nazionale della stampa. Ha svolto una intensa carriera di inviata speciale e giornalista politica scrivendo molti saggi sulla politica e la storia del costume. Deputato nella XII legislatura nelle file del Partito Democratico della Sinistra. Nel ’96 ha vinto il Premio Cimitile con l’opera Botteghe oscure addio e, nel 2005, il Premio Montanelli per la sua attivita’ votata allo sviluppo della cultura italiana del ‘900, con particolare attenzione al mondo femminile. E’ stata per gran parte della sua vita la compagna di Giancarlo Pajetta, storico esponente del Pci. (spe/Zn/Adnkronos) 09-APR-12 16:34 NNNN

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Altro che antiamericani, i diritti abitano a Manhattan

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SETTIMANALE GLI ALTRI venerdì 1 luglio 2011

di Aurelio Mancuso

Nella Grande Mela, lui e lui dicono sì.Vince l’azione lobbistica trasversale

Era il 28 giugno 1969 quando a New York, grazie a un manipolo di coraggiose travestite scoccava la scintilla della rivolta lgbt dello Stonewall, che sarebbe deflagrata in tutto il mondo, con ondate successive pacifiche e determinate a conquistare la luce del sole, dopo secoli di oscurità e clandestinità. Dopo quarantuno anni le persone lgbt tornano di notte a invadere la Grande Mela, ma per festeggiare proprio negli stessi giorni del 1969, la conquista del matrimonio gay. Con Iowa, Connecticut, Massachusetts, Vermont, New Hampshire, lo Stato di New York diventa il sesto stato americano a rendere effettiva la parità assoluta tra coppie etero e coppie gay. La situazione negli Stati Uniti è complessa, ci sono Stati dove ancora esiste il reato di sodomia, altri dove città riconoscono diritti alle coppie gay, in generale da quasi quarant’anni tra passi avanti e brusche frenate, se ne discute e ci si divide. La votazione del Senato newyorkese ha rivelato un voto trasversale, con l’apporto decisivo di alcuni esponenti repubblicani, parte politica generalmente avversa ai matrimoni gay, che hanno anche sostenuto la legge con grande coraggio. L’era Obama, primo presidente a pronunciarsi con chiarezza per il riconoscimento giuridico delle coppie gay, e da qualche giorno anche possibilista sui matrimoni, spinge l’intera federazione americana a non fermarsi sul tema dei diritti civili. D’altronde se si guarda la storia degli USA, paese schiavista, dilaniato da guerre civili, da culture politiche e sociali nettamente contrapposte, non si può rimanere affascinati dalla capacità di operare grandi rotture, di trascinare tutto il mondo libero a cambiamenti dirompenti. Proprio il tema dei diritti civili, rimane centrale in una società talmente mescolata da etnie, religioni, convincimenti ideali così differenti fra loro, da essere in qualche modo obbligata a mutare, a porsi la questione dell’equilibrio da ricercare continuamente per mantenere la pace sociale, l’assunzione dei conflitti. E se ancora oggi la popolazione nera è sostanzialmente più svantaggiata di quella bianca, se non si sono rimarginate la ferite storiche con i popoli nativi, se nord e sud mantengono tratti di disparità culturale proprio sui diritti civili, se la frontiera meridionale è una polveriera sempre pericolosamente surriscaldata, tutto questo non impedisce una lenta progressione. L’Italia e gli Stati Uniti sono imparagonabili, però quello che è avvenuto a New York la settimana scorsa, rivela che l’America dei diritti ha ripreso, come accade ciclicamente, la sua corsa, e questa ha sempre influenzato tutto l’Occidente, a cominciare dall’Europa. La novità rispetto a un tempo è che l’Europa sostanzialmente è sulla stessa scia, anzi ha anticipato in alcune sue aree il riconoscimento dei diritti civili per i gay, che l’America Latina con Argentina e Brasile, i due stati guida del continente, ha iniziato il suo cammino e nel tempo si apriranno contraddizioni a Est, dai Balcani per arrivare fino in Cina. Anche nei paesi lontani, persino ostili, come quelli teocratici e islamici, si sono affacciati movimenti d’opinione e di piazza che includono la libertà delle donne e delle persone lgbt. Insomma il mondo si muove, mentre l’Italia, rimane rinchiusa in una sorta di autarchia della discriminazione. Per operare una traslazione non corretta sul piano dei poteri istituzionali, però comprensibile sul piano della tecnica di approccio politico, in Italia la speranza per una nuova stagione dei diritti civili si chiama Comuni, Province, Regioni. Quei livelli istituzionali dove con più chiarezza si è per ora espressa una volontà di cambiamento è il banco di prova per un nuovo movimento per i diritti civili di tutte e di tutti. Nelle città e nelle altre istituzioni locali cresce una classe politica nuova, che nella lunga rincorsa per la riconquista del governo nazionale, può far comprendere alle leadership che l’alternativa passa anche da qui, dal ritenere i diritti civili uno dei volani strutturali del riscatto economico e sociale dell’intero Paese. Pisapia, De Magistris, Fassino, Merola (che un po’ si deve chiarire le idee) e tutti gli altri sindaci, presidenti di Province e Regioni, possono rappresentare una vera speranza, così come i movimenti che in questi anni si sono espressi su differenti temi, devono avere la capacità di ricercare una piattaforma comune. La spinta deve essere univoca e forte, come ci hanno insegnato i movimenti dei diritti civili statunitensi, cui dobbiamo esser grati nell’indicarci con chiarezza strategie e strumenti innovativi. Cosa non dobbiamo fare? Illuderci che ora sia sufficiente mantenere saldi i principi giustamente evocati in questi anni, che sia “naturale” che il centro sinistra non compia più gli errori del passato. La trasformazione del nostro campo invece è ancora tutta da perseguire, se si vogliono vincere le elezioni bisognerà abbandonare, per fortuna, giustizialismi, furbizie, tentennamenti programmatici, populismi e leaderismi affascinanti, parole d’ordine demagogiche e sognanti. Di sogni i cittadini eterosessuali e gay italiani ne hanno visti raccontare moltissimi, alla fine la loro condizione concreta è peggiorata. Fatti signori miei, e pure convincenti, così come ci insegnano da oltreoceano.

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Equality Italia: necessario un nuovo matrimonio per tutti

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Quello che per la politica italiana è incomprensibile nel resto delle democrazie mature è dibattuto da decenni sia tra i progressisti e sia tra i conservatori. Il modello del matrimonio civile, mutuato dalla tradizione religiosa, è profondamente cambiato. Se per le gerarchie religiose, specie quelle cattoliche, il matrimonio è indissolubile, e prevedeva un tempo, la figura del marito come superiore a quella della moglie, per le leggi statali, così come si sono modificate negli anni, il matrimonio è un contratto non indissolubile e di cui è regolata la risoluzione. In Italia a causa di una visione ideologica ipocrita, quando si parla di matrimonio si evoca nei fatti quello cattolico, mentre nella realtà quello che è ormai sta diventando predominante (al nord è già maggioritario) è il matrimonio civile. Purtroppo nel nostro Paese siamo in forte ritardo rispetto all’adeguamento di questo contratto, che oggi è vetusto e confuso. Per questo la discussione dovrebbe incentrarsi non sul matrimonio gay, ma sulla riforma dell’istituto matrimoniale, sul divorzio breve (di cui timidamente è stato avviato l’iter parlamentare), sul diritto di famiglia, sulle tutele dei minori. Anche una legge intermedia, che riconoscesse diritti e doveri alle coppie gay, (che in Italia sarebbe comunque un primo importante passo) non risolverebbe due questioni fondamentali: la riforma generale dei contratti matrimoniali, il riconoscimento dell’uguaglianza formale e sostanziale. Di questo dovrebbero discutere destra e sinistra, cattolici e laici, abbandonando l’uso strumentale del tema matrimonio gay, per combattere battaglie demagogiche di cui la società concreta non avverte la necessità.

Aurelio Mancuso – presidente Equality Italia

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